Prosegue il racconto di Andrea Pierdicca e Valentina Gasperini del loro viaggio alla riscoperta delle voci dei contadini, raccolte e “raccontate” tra web, video e teatro.

Come ogni due settimane, ci tuffiamo nel materiale video, girato in un mese on the road, per riaffiorare con un articolo in cui è la voce del contadino a raccontare cos’è l’agricoltura biologica e quali sono le sfide dell’ oggi. Viaggio Tra Terra e Cielo è un progetto che si muove su diversi piani narrativi in una sorta di convivio interdisciplinare. Tra web, video e teatro, si ritrovano a dialogare le voci dei contadini insieme a quelle di ricercatori, medici, filosofi, poeti, ma anche giornalisti, cuochi, economisti, insomma tutti coloro che possono arricchire un pensiero di appartenenza nella diversità dei punti di vista, e soprattutto nell’incontro, per una consapevolezza di cambiamento reale, possibile… Tutto parte da un viaggio fatto tra settembre e ottobre per l’Italia: abbiamo incontrato chi oggi nel nostro paese non solo coltiva rispettando la natura, ma conduce delle piccole attività di produzione che sono davvero rivoluzionarie. Sono le pratiche radicate nel buon senso, nell’ antico rispetto per il vivente, ma contemporaneamente proiettate verso la visione di un futuro migliore . Sono esempi di consapevolezza rispetto all’insostenibilità di un certo tipo di produttivismo agricolo, basato sulla follia del mercato “dove gli uomini son solo mani per far girare numeri e macchine […] dove gli animali sono solo carne, latte, uova, macchine per riprodursi di piu e piu in fretta […] dove il patrimonio genetico di piante e animali è territorio di manipolazione e brevetto […]” (cit. da “Minima ruralia” di Massimo Angelini)

Oggi, mentre scriviamo, siamo già nel pieno del viaggio teatrale, l’altra scommessa artistica di questo progetto itinerante. Siamo in tour per il nord Italia con “Radici nel Cielo – Parole in Musica“: come in un convivio, in questi incontri con platee diverse ogni sera, la voce di Andrea Pierdicca e la chitarra di Enzo Monteverde, interpretano i grandi autori del passato. Le loro parole, le loro riflessioni dense di poesia e concetto, creano un legame e un senso di appartanenza sul bisogno sempre vivo di chi si interroga sulla sua relazione con la terra, sulla ricerca di una condizione di vita piu autentica. Dal mese in furgone on the road al web con la webstory che racconta il viaggio, al cinema con il documentario in produzione, al teatro: tutto questo è Viaggio Tra Terra e Cielo.

Quando incontriamo Giovanni Cofani dell’azienda Il Maggio, a Marischio, piccola frazione di Fabriano (AN), è il 9 ottobre. Il cielo è plumbeo, l’aria calda e la pressione bassa, e ci sentiamo tutti un po’ compattati in un’atmosfera ovattata. Giovanni ci conduce a passeggio per i suoi terreni, che con la compagna Stefania Giuliani, hanno messo a produzione di ortaggi biologici. Non hanno il bollino, perciò tecnicamente non possiamo attestarli bio…però possiamo dire 100% agricoltura organica, come scrive Giovanni nella sua lavagnetta.

Giovanni, che ha una trentina d’anni e parecchi li ha passati nel settore agricolo, racconta della sua infanzia nell’azienda del nonno, dove ha visto realizzarsi nel concreto un tipo di agricolura familiare sostenibile economicamente. “Fino ai primi anni del 2000 questa era un’unica azienda condotta da tre fratelli, di cui uno era mio nonno. Partirono come mezzadri, quando la riscattarono dopo la Grande Guerra. Quando sono nato io l’azienda aveva le vacche da latte e ogni giorno lo consegnavamo porta a porta. Mi ricordo che io andavo con mia zia con “l’apetto”, ogni giorno lasciavamo la bottiglia piena e prendevamo quella vuota”.

“Era un’azienda bellissima perché era un cerchio che si chiudeva: facevamo i cereali per la farina e il pane, mia zia lo faceva ogni due giorni, avevamo gli ortaggi…poi nel 2000 con il terremoto si è diviso tutto”.

“Qui in molti sono passati dalla campagna alla fabbrica, forse il termine “metalmezzadro” è stato concepito qua. Tra gli anni ’70 e il 2000 ci fu una corsa alle fabbriche, che portavano guadagno sicuro. Dunque le piccole e grandi realtà agricole sono scomparse. Tutti sono andati a Fabriano, dove le fabbriche aumentavano sempre di più: l’industria infatti porta indotto e industrie satellite”.

L’abbandono della terra per il lavoro sotto padrone in fabbrica, negli anni d’oro dello sviluppo commerciale, ha portato un certo tipo di benessere nel ceto medio, salvo poi costringere un gran numero di lavoratori, dagli anni 2000, in situazioni di precarietà e cassa integrazione. “Chi perde il lavoro ci pensa alla terra ma ormai non ha piu le competenze per lavorarla, dunque aspetta un’altra occasione dalle stesse fabbriche che l’hanno mandato a casa”.

“In questo contesto entriamo noi: Il Maggio ha aperto tre inverni fa – qui ragioniamo per stagioni – per raccogliere la sfida che il tempo pone agli agricoltori. Infatti qui l’estate arriva tardi e l’inverno arriva presto quindi ci sono alcune difficoltà. Ma quando mi sono accorto che a casa gli ortaggi già li piantavo, ho pensato, perché non farlo! Meglio così che andare a comprare un prodotto che non so da dove viene, né so chi lo fa né quanto mi fa male: preferisco coltivarmelo da solo”.

“L’idea dell’azienda di ortaggi biologici è nata quando ancora ero alle superiori. Mi piaceva, quando ero piccolo, nell’azienda di mio nonno, passare a prendere pane, vino e latte e consegnarli porta a porta. Questa è stata una forte motivazione, mi piaceva consegnare personalmente. Oggi coltiviamo verdure biologiche ed è bellissimo coltivare per sé e per chi ci sta intorno…e le persone non vengono da noi perché siamo biologici ma perché “è roba di casa”. C’è la garanzia di come lavoriamo, e tutti ci conoscono grazie al contatto diretto“.

Giovanni allarga le braccia e regalandoci un sorriso buono, spiega così: “Vendiamo qui in mezzo al campo, senza tanta poesia, proprio in mezzo alla terra”.

Siamo molto curiosi di approfondire il legame che il produttore può stabilire con il consumatore, legame che, lo abbiamo capito grazie ai tanti incontri in Viaggio Tra Terra e Cielo, non è fatto solo di scambio commerciale ma è relazione, amicizia, confronto. Cerchiamo anche di capire dove si fonda la fiducia dei clienti, quando non c’è un bollino a garantire la biologicità dei prodotti.

Giovanni racconta così: “Quando eravamo profani, ancora agli inizi, ci domandavamo anche noi se pagare per una certificazione. Poi, quando abbiamo iniziato, sono usciti degli scandali sul biologico. Allora ci siamo detti che non aveva senso coltivare per dare il prodotto ad un distributore che mischia gli ortaggi di vari coltivatori, anche dall’estero. Dunque abbiamo puntato sul rapporto diretto con il consumatore”.

“Nel rapporto diretto il cliente può scegliersi l’insalata dal campo – sono sempre indecisi! – e può visitare i terreni, vedere le lumache…così si può capire come lavoriamo. In estate la gente si ferma a parlare a lungo, stanno qui, portano i bambini che poi scorazzano in mezzo al campo. E’ un dovere dei produttori quello di informare perché oggi chi consuma non è consapevole. Non si sa nemmeno più la stagionalità degli ortaggi!”.

E ci racconta ridendo questo aneddoto, per spiegarci meglio: “Mi è capitato che a febbraio mi arrivasse una signora e mi chiedesse delle patate. Io le ho dovuto dire che le avevo finite ma che le avrei ripiantate presto…e non vi dico che faccia a fatto quando le ho detto che le avrei raccolte ad agosto!”.

“Mangiamo pomodori a dicembre, meloni a febbraio. Non sappiamo più la stagionalità delle verdure: è una conoscenza scomparsa, che quando si andava a comprare dal contadino era normale possedere”.

Giovanni continua, e traccia un resoconto lucido delle responsabilità che i produttori dimenticano troppo spesso di avere: “Spesso chi produce per la distribuzione non dà valore al prodotto, perché ci pensano terzi a trasportarlo e venderlo. Cosa mi interessa se quel prodotto viene trattato male, viene buttato o svenduto? L’esempio classico che spiega la contraddizione è quello di chi produce grano e lo consegna ad una coperativa…e magari compra la farina al supermercato perché costa meno! E può essere che quella farina venga dall’estero, dove non sempre ci sono le regole restrittive sui pesticidi come ci sono da noi. Dovremmo ricordare inoltre di stare in Italia, paese con una biodiversità enorme”.

La dinamicità di Giovanni e Stefania è fondamentale per condurre l’azienda, ci sono sempre mille attività da fare, dai campi ai mercati, e lo sforzo è davvero tanto. Al momento nel comune di Fabriano non ci sono altri produttori biologici e per fare rete con altri produttori sensibili devono allontanarsi dal loro territorio. Certo, fanno mercato anche per i loro concittadini, ma farlo da soli è diverso, molto diverso, dal vendere insieme ad altri.

Mancano i mercati. Sarebbe diverso se i Comuni destinassero degli spazi seri ai piccoli produtori, che magari hanno anche un altro lavoro ma possiedono un pezzo di terra da coltivare. Sarebbe diverso se ci fosse la possibilità di andare in uno spazio pubblico per vendere, senza avere troppe regole, e permessi e soldi da pagare. E meglio ancora, se il Comune destinasse uno spazio pubblico e lo adibisse a laboratorio per tutta la comunità, dove trasformare i prodotti, secondo le norme. Una volta questo esisteva, basti pensare al mattatoio comunale o il forno comune. Tutto questo cambierebbe l’economia locale, si sarebbe competitivi con i supermercati”.

Ci interessa molto raccogliere l’opinione di Giovanni sul rapporto tra contadini e il sistema istituzionalizzato degli enti, territoriali e non, che amministrano la cosa pubblica. In fin dei conti, ed è un dato che abbiamo rilevato di frequente, la normativa attuale sembra disincentivare l’attività contadina al punto da impedirne il sereno sviluppo, e una più ampia diffusione. Le scartoffie burocratiche non sono il solo ostacolo, anche se spesso tolgono intere giornate di lavoro. Giovanni è giusto nel comprendere la difficoltà dei legislatori, ma non per questo accetta la morsa sempre più stretta che limita le sue possibilità di agricoltore: “Fare leggi uguali ed eque per tutti non è semplice. La difficoltà sta nel trovare un equilibro nel quale sono tutelati e controllati sia i piccoli che i grandi produttori. Ma automaticamente se sostieni il piccolo, il grande smette di esistere. E per me è giusto così, specialmente in Italia dove c’è una biodiversità unica da preservare“.

“E allora, per tornare al discorso degli spazi pubblici utili, perché i Comuni non mettono a disposizione dei laboratori di trasformazione? Che sarebbe un’ottima cosa non solo per rispettare la normativa sanitaria ma anche perché sarebbero utilizzabili macchinari che un piccolo produttore non può permetersi”.

“Davvero, è un discorso semplice: può essere un frantoio, un forno, un laboratorio per fare marmellate o formaggi. Se fosse pubblico e a disposizione dei contadini del territorio, trasformerebbe l’economia dei Comuni. Sarebbe un passo talmente tanto avanti che alcune delle normative che opprimono il piccolo decaderebbero. E il consumatore andrebbe dai produttori di fiducia, non al supermercato.”

“Invece continuiamo ad assistere a leggi che favoriscono i grandi produttori, come quelle che non obbligano a scrivere la provenienza dei prodotti. O leggi che ostacolano i piccoli. Ti faccio un esempio: se voglio assumere un dipendente che mi aiuti, ho un iter burocratico talmente complessa, tra la sicurezza del posto di lavoro, l’HACCP, eccetera, che ti demoralizzano al punto che sei costretto a rimanere piccolo”.

Ci sembra davvero tutto fin troppo chiaro. Ed è spontaneo essere mossi, quando ancora siamo schiacciati dal grigio delle nubi che non accennano a diradarsi, da un sentimento di stima nei confronti di Giovanni e Stefania, che nel frattempo è stata a lavorare nei campi, mentre Giovanni dedicava tempo a noi. Stima per l’onestà morale con la quale conducono l’azienda e per la verace sincerità con la quale vogliono trasformare in meglio il territorio in cui abitano, facendo una piccola rivoluzione contadina.

Le responsabilità sono tante, i sacrifici non mancano, ma questi due ragazzi marchigiani sono animati da una passione che non si riduce a quella per la loro terra: è il desiderio di fare economia in maniera rispettosa e sostenibile, di cibarsi di ortaggi sani, di ridare luce ad un territorio fin troppo bastonato dalle industrie e dalla speculazione.

Vogliamo concludere così, questa testimonianza di una giornata marchiginana speciale in Viaggio Tra Terra e Cielo, con le parole di Giovanni sui suoi metodi biologici. Tra due settimane, un altro racconto di una giornata di Viaggio sarà pubblicato qui su Terra Nuova. Parlerà Lorenzo di Osimo, di agricoltura, sacrifici e spiritualità.

“Un mio professore diceva sempre che l’uomo, se riesce a spuntare un buon prezzo, riuscirebbe anche a coltivare banane sull’Himalaya. Metterebbe una serra ed ecco fatto le banane. Ma non ha senso. Dunque io la lezione l’ho imparata così: devo fare le colture dove vengono bene. Devo fare ortaggi e voglio fare patate, dunque le faccio in montagna, che è il posto loro. Così non devo dare l’acqua perché piove fino a giugno. E qui non c’è la dorifora della patata dunque non faccio trattatamenti di acqua ramata, né su altri insetti, né devo fare lanci di coccinelle per contrastare gli afidi. Ma perchè dovrei coltivare la patata in pianura, che ci sono pure i ristagni di umidità? La faccio dove deve essere fatta, sia per me che per gli istrici che dopo ci vanno, ma questa è un’altra storia…”.


ARTICOLO PUBBLICATO SUL SITO DELLA RIVISTA TERRA NUOVA IL 17 GENNAIO 2016