Radici nel cielo è un progetto nato per ascoltare l’agricoltura contadina etica e biologica dal suo interno, dando modo ai protagonisti di raccontarsi e presentarsi nella molteplicità delle sue forme. Qui i protagonisti sono Etain Addey e Martin Lanz, a Pratale, sempre raccontati da Andrea Pierdicca e Valentina Gasperini.

Tra Terra e Cielo, web-story, film-documentario e spettacolo teatrale, è come un unico convivio dove i contadini di oggi dialogano attorno ad un tavolo con grandi voci autorevoli del passato: persone che si sono chieste il perché di questa separazione che ha allontanato non solo l’uomo da ciò che chimiamo natura, ma anche da sé stesso.

Tutto ciò che accade alla terra, accade anche ai figli. Non è l’uomo che ha tessuto la trama della vita; egli ne ha soltanto il filo. Tutto ciò che egli fa alla trama, lo fa a se stesso. (Capo Indiano Seattle)

Il 7 ottobre scorso, dopo aver già percorso piu di 3000 km, arriviamo nei pressi di Gubbio dove ci sta aspettando una coppia di contadini d’altri tempi: un esempio reale di come “cultura” e “coltura” coincidono, nutrendosi della stessa radice. Incastonata tra i colli eugubini e attraversata da un fiume modesto, Vallingegno è la valle che accoglie da 30 anni Etain Addey e Martin Lanz, a Pratale.

Appena arrivati ci ospitano nell’abitazione di legno che hanno progettato e costruito con l’aiuto di numerosi amici. La struttura dimostra un evidente tensione intellettuale mirata a semplificare gli spazi e a mettere in comunicazione l’interno con l’esterno. Un bel gelso si allunga verso il cielo dal cortile centrale, sul quale si affaccia ogni stanza.

La loro casa è ciò che per primo conosciamo e ci affascina di loro: è il simbolo dell’accoglienza, della centralità dei rapporti umani solidali e dell’attenzione con la quale si sono insediati nel territorio. “Adesso siamo sempre almeno tre ma c’è sempre un viavai di amici, e abbiamo pure tanti familiari…un mucchio di familiari!”

Etain per prima è arrivata a Pratale, “perché mi è più familiare il paesaggio”. Prima lavorava dall’Italia per un’azienda farmaceutica olandese.

“Traducevo i messaggi in inglese dalla sede di Roma a quella olandese, e viceversa traducendo in italiano. Tutti i giorni mi si ponevano delle questioni etiche.”

Racconta che una volta, con una traduzione, ha fatto in modo di rendere obbligatoria un’avvertenza che informasse sui rischi di un farmaco per le donne incinta. Avvertenza che l’azienda non era tenuta a pubblicare e senza la quale molte donne avrebbero assunto il farmaco inconsapevoli del pericolo per i feti.

“Per me è stata una vittoria ma non ero certo pagata per fare questo. A chiunque in azienda io chiedessi come si sentiva a lavorare senza etica, tutti mi rispondevano “faccio il mio lavoro” o “faccio quello che dice l’Olanda”, senza pensare che l’Olanda, intesa come sede centrale dell’azienda farmaceutica, facesse quello che vogliono gli azionisti. Non c’erano giudizi morali, questioni etiche: è tutta una questione di soldi. Perciò me ne sono andata.

Etain, lasciata non senza difficoltà alle spalle l’esperienza decennale a Roma, è arrivata a Pratale in punta di piedi, seguendo con il cuore e l’intelligenza quel pensiero che poi ha ritrovato codificato nella filosofia bioregionalista.

Devi diventare nativo. Gli animali e le piante con i quali abbiamo convissuto per secoli sono di famiglia, e adesso li stiamo perdendo di vista, perdendo dunque di vista la realtà. Per chi era nativo questa perdita è un dolore, e per noi che siamo moderni la familiarità con piante e antimali è una scoperta, perché non l’abbiamo mai avuta. La familiarità va guadagnata, lavorandoci per anni”

E fa luce su un aspetto fondamentale del cosiddetto ritorno alla terra: “Molta gente che torna in campagna sente che è difficile entrare nella comunità umana. Io però mi sono accorta di una cosa: non sono le persone a doverti accettare, è il luogo stesso. E quando il luogo ti ha accettato allora le persone del posto ti accettano.”

La scoperta del territorio compiuta negli anni da Etain e Martino non ha preso le mosse solo dall’esplorazione morfologica della valle, ma è andata nel vivo della ricerca etnografica con lo studio delle leggende, delle storie, dei canti di questi luoghi. Ci racconta che: “La chiave di lettura di un luogo può essere codificata in un canto. E’ come se non ci fosse separazione tra cultura e natura. Noi ci siamo convinti che sono distinte, e che la cultura la creiamo noi. Invece se ci pensi un po’ lo sai benissimo: ogni luogo dà vita ad una cultura diversa.”

Ricordando un autore australiano spiega che noi occidentali contemporanei abbiamo perso il contatto con i miti delle tradizioni orali, che hanno accompagnato l’umanità nel suo cammino di conoscenza. “Miti come quello del ratto di Persefone servono per chiedersi cosa succede quando si dà la vita e la morte, come avviene in agricoltura e in allevamento. E per quanto illusi di avercela fatta, noi che ci consideriamo più avanti rispetto agli aborigeni, ancora non lo abbiamo capito.”

Martino ricorda: “Quando siamo arrivati qui, la Valle era ancora abitata da contadini e i loro figli fuggivano dalla campagna. Per noi arrivare è stato bellissimo perché quando i contadini hanno capito che volevamo imparare da loro quello che si tramandavano da generazioni, ci hanno accolto a braccia aperte e ci hanno insegnato tanto.”

“Noi siamo arrivati dal Nord Europa con questa idea rivoluzionaria dell’autosufficienza, siamo arrivati qui e abbiamo incontrato persone che di autosussistenza ci campavano da sempre! Sapevano tutto, dal fare le scarpe al vino.”

Ed Etain precisa: “Ci hanno fatto scuola sempre in modo delicato, con esclamazioni generali come “È ora di piantare le fave” quando effettivamente era il momento di procedere alla semina. Non ci facevano sentire stupidi. Non abbiamo imparato solo dei mestieri, abbiamo imparato un modo di essere”.

Martino è un uomo dagli occhi azzurro brillante che parla senza fronzoli con un accento umbro che sfida a credere che non sia svizzero, come è di origine. Dalle montagne della Svizzera, e da una giovane formazione che sembrava condurlo verso il mestiere di ragioniere, Martino ha iniziato a viaggiare ed in Umbria ha incontrato l’amore per Etain.

I due si occupano insieme degli animali – cavalli, asini, galline – dell’orto e della vigna. Con i cavalli Martino ara i campi e trasporta la legna. Racconta di ritmi lenti ma sani, di un lavoro che senza macchinari è meno pericoloso, e anche meno inquinante.

È sempre Martino, con una laconica semplicità che tocca le corde dell’anima, che chiosa il discorso sulla fatica del lavoro nei campi: “Mah…veramente io sto fuori all’aria aperta, in una campagna bellissima che sta tutta intorno a me. Certo, faccio un po’ di fatica ma sto bene quando la faccio. Rispetto a quella che si fa in palestra, mi sembra mille volte migliore!”.

La valle è soleggiata e calda in questo pomeriggio autunnale. Gli asini sono ghiotti di noci e stazionano docili intorno alla casa. Quando la sera inizia a scendere, e compaiono brillanti le prime luci delle stelle, Martino si mette all’opera preparando il fuoco nel forno fuori casa, da loro costruito e dove sono soliti cucinare.

Da una poltrona a dondolo di legno Etain ricorda le storie della sua famiglia e degli amici che hanno attraversato questa casa speciale. Mostra delle foto, condivide delle letture, racconta episodi divertenti e le sue parole sono lucide di trasparenza, di genuinità.

Etain è abituata a raccontare la sua storia, e ha pubblicato dei libri per divulgarla, ma ha conservato lo spirito concreto di chi ha scelto di vivere secondo le possibilità, e non oltre, del proprio agire nella natura.

Le domandiamo cosa l’ha portata a scrivere, e cosa osserva dei movimenti migratori che lentamente portano alcuni a lasciare le città.

“Uno dei problemi è che molta gente è scappata in città, negli anni ’60, sperando di avere una vita più agiata e perlopiù sono ancora convinti di stare meglio. Quelli che sono rimasti in campagna molto spesso sono convinti di stare peggio, pur stando molto meglio perché mangiano molto meglio. È vero, magari lavorano al cementificio ma poi tengono i maiali, arano i campi…è tutta una questione mentale. Vogliamo dire alle persone: guardate che in campagna si sta bene! Così rispondiamo all’industria che faceva propaganda contro la campagna, realizzando un vero inganno ideologico.”

E sul mercato del lavoro di oggi dice: “La mia paura è che le multinazioniali proseguano il loro lavoro iniquo con i bravi ragazzi di 20 e 30 anni. E anche se alcuni capiscono che non è un buon modo per guadagnarsi da vivere, non cambia niente perché ci sono migiaia di ventenni ansiosi di trovare un lavoro. E quando alcuni giovani passano qua da Pratale cerchiamo di dirgli che non devi fare un lavoro sotto padrone, che possono decidere in autonomia la loro condotta morale. “

E denuncia: “Abbiamo scoperto che in Europa non è permesso fare il contadino. Se vuoi, puoi solo fare autosufficienza. A livello legale non puoi fare nient’altro perché l’idea è che devi fare parte del mercato globale.”

“E dove si deve rivolgere la massa delle persone per trovare cibo etico, fatto come si deve?”

La cura e la dedizione delle piccole realtà contadine che stiamo incontrando lungo la via ci stanno dando una risposta molto chiara. Riprendiamo la strada del Viaggio tra Terra e Cielo, diretti verso le Marche, per continuare il nostro tour tra la grandezza dei piccoli contadini biologici!

Le voci di Etain e Martino, insieme a quelle di altri contadini dell’oggi, dialogheranno in questo viaggio artistico con Jean Giono, che visse nella prima metà del ‘900 in Provenza, autore francese di una lettera ai contadini sulla povertà e la pace, dove racconta un esodo di proporzioni bibliche, l’abbandono delle campagne per le città, la vita a contatto con la terra e le ciminiere delle fabbriche. Ci raggiungerà dalla Russia Tolstoj, autore di grandissimi romanzi come Guerra e pace, Anna Karenina. Attraverso la sua scrittura ci racconterà l’sperienza diretta di chi come lui a cinquant’anni passati lascia la vita tra gli agi e i palazzi della nobiltà moscovita, perché inautentica, per andare in campagna, nella sua tenuta di Yasnaia Poliana, dove si sveste dei suoi abiti cittadini per indossare quelli dei contadini. A parlare è invitato anche Maurice Maeterlink, grande autore belga, premio nobel per la letteratura, poeta, drammaturgo, entomologo, che vissuto a cavallo tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento ci condurrà in quel grande pensiero che da sempre guida il vivente. Voce intonate all’appartenenza con la terra, come quella che nasce dalle parole di Capo Seattle, nativo americano,la ritroveremo in Francesco d’Assisi.

Nel profondo del loro significato, queste voci tra passato e presente, ci raccontano come tutto è in relazione.


ARTICOLO PUBBLICATO SUL SITO DELLA RIVISTA TERRA NUOVA IL 3 GENNAIO 2016