Terranuova

12 Febbraio 2016

Di Andrea Pierdicca e Valentina Gasperini

Viaggio tra Terra e Cielo è un progetto di ricerca e produzione artistica sul senso di appartenenza alla terra e alla comunità. Lo stiamo realizzando a partire dagli incontri fatti con contadini biologici, allevatori, apicoltori, boscaioli, artigiani, ricercatori scientifici, medici e professori universitari, incontrati principalmente in un viaggio di un mese fatto per l’Italia.

L’approccio metodologico di Radici nel Cielo unisce la ricerca sul campo insieme ad uno studio artistico in divenire. L’ascolto della realtà contemporanea diviene subito rielaborazione artistica come uno studio itinerante dove ricerca e creazione vanno di pari passo. Per questo, mentre parte del gruppo di Radici nel Cielo lavora per realizzare il documentario tratto dal viaggio, da gennaio 2016 un’altra parte del gruppo gira il paese con un tour di letture recitate in musica. Ogni data è incontro e confronto con pubblici diversi e la ricerca continua in vista della drammaturgia teatrale che nascerà dall’esperienza del viaggio in tutte le sue molteplici forme.

La prossima tappa di questa performance teatrale sarà sabato 20 febbraio al Teatro Franco Parenti di Milano, in occasione del Convegno Internazionale “Per l’economia della Terra – La nostra casa comune”, realizzato dall’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica in collaborazione con l’Università Bocconi.

Attraverso il teatro, le parole degli autori del passato, contestualizzate nell’oggi, ci accompagnano a ri-scoprire il senso profondo che lega l’uomo alla terra, così da meditare sulla sua fertilità e sui legami che dovremmo ristabilire con lei. In questo convivio di voci illustri c’è anche Jean Giono, che nell’opera “Lettera aperta ai contadini sulla povertà e la pace” (1938), dice:

“Bisogna scegliere, e non reclamare una cosa quando s’insegue l’altra. […] la ragione di vivere dell’uomo è vivere. Il contadino che compie i gesti del vivere vive. La vera cultura dell’uomo è precisamente il suo lavoro, ma un lavoro che sia la sua vita. Non si può sapere qual è il vero lavoro del contadino: se è arare, seminare, falciare, oppure se è nello stesso tempo mangiare e bere cibi freschi, fare figli e respirare liberamente, poichè tutte queste cose sono intimamente unite e, quando lui fa una cosa, completa l’altra. E’ tutto un lavoro, e niente è lavoro nel senso sociale del termine. E’ la sua vita.”

Nel percorso artistico del progetto Viaggio Tra Terra e Cielo, le voci di ieri dialogano con le voci dell’oggi. Le parole di Jean Giono sembrano ritrovarsi perfettamente nella lunga riflessione che Gianfranco Monterisi ha condiviso con noi.

Gianfranco è un esempio concreto di coraggio e cambiamento, lo abbiamo incontrato in ottobre durante il nostro primo tour di 4000 km attraverso le campagne italiane. Di origine pugliese a ventiquattro anni inizia il suo percorso come operaio specializzato, fa il costruttore meccanico in varie aziende del vicentino, poi a Milano e a Bologna. Dopo dieci anni, vedendo sempre meno valorizzata la sua esperienza come costruttore e il suo stipendio quasi dimezzato, decide di mollare tutto e di partire per lavorare come tuttofare nel Rifugio di un paesino di sette abitanti della Val Maira, in Piemonte. Qui, il silenzio e il contatto con la natura gli fanno capire cos’è che veramente vuole fare, e qual è la sua via.

Oggi, quarantenne, vive con la compagna Giulia a Sassa, borgo della Val di Cecina, ed è titolare di un’azienda individuale che si occupa di giardinaggio, manutenzioni, taglio del bosco. È anche il tuttofare di riferimento del borgo e dei poderi circostanti.

Dice Gianfranco: “Che lavoro faccio? Vivo! La vita è un lavoro. E vivere richiede uno straordinario impegno. Vivere è sacrificio, ma è quanto di più bello ci possa capitare, se si riesce a coglierne l’essenza. Se ci ricordiamo che siamo parte di un universo, che viviamo in un quartiere chiamato pianeta Terra e che senza che nessuno c’è lo abbia mai spiegato per bene e fino in fondo, sottostiamo alle leggi della natura. Tutto questo è naturale, quasi scontato».

«Eppure siamo arrivati in un punto in cui non siamo più in grado di riconoscere i naturali flussi dell’esistere che la natura ci suggerisce. Se non quando siamo necessariamente obbligati a farlo. Questo perché con la scusa del progresso (ambasciatore della modernità), ci hanno inculcato l’idea che possiamo stravolgere le leggi della vita a nostro piacimento. E noi lo abbiamo accettato e non ci siamo mai preoccupati di riflettere sul fatto che se stravolgiamo quelle leggi saremo i primi a subirne le conseguenze. Cos’è questo strano malessere che ci avvelena quotidianamente? Nonostante il linguaggio della natura sia estremamente semplice (proprio per poter essere compreso da tutte le forme viventi), abbiamo smesso di ascoltarlo. Abbiamo cominciato a legiferare, a riempirci di obblighi e di divieti. A mettere le nostre vite nelle mani di chi ignora, profondamente, le leggi basiche della vita, della fertilità, dell’etica, del buon senso, e della nostra esistenza. Per non assumerci responsabilità abbiamo iniziato ad affidarci a nuovi padroni, che con sempre nuove affascinanti promesse hanno preso a giocare con i fili delle nostre vite, e non abbiamo più smesso!». «Cerchiamo il posto fisso, per non avere preoccupazioni. E per poterlo agguantare scendiamo a meschini compromessi, sempre al ribasso. Pur di possedere in un giorno qualunque del mese, un gruzzoletto da sputtanare con la prossima offerta. Quando non c’è lo possiamo permettere compriamo a rate, usando come garanzia una busta paga da fame. Ci sciogliamo di fronte a questi guru della comunicazione. Ci attira il venditore di illusioni che grida più forte. Ci affidiamo, per poi la sera poter diffidare meglio, seduti in poltrona, quando la sensazione di essere stati per l’ennesima volta fregati si manifesta chiaramente. E per non metterci in discussione ci costruiamo gabbie, muri, prigioni, dentro le nostre piccole menti. Ecco perché si rendono indispensabili le nuove costituzioni. Si aggiornano i comandamenti e sotto l’egida delle religioni si compiono le azioni più ignobili. Ma se vivessimo di piu secondo natura, forse non ci sarebbe bisogno di normative cosi esasperate e contraddittorie. Se si seguissero piu attentamente le sue leggi forse non ci sarebbe bisogno di alcun programma per il benessere. In natura tutto è giustificato, tutto ha un senso, anche le cose più piccole, anche i movimenti impercettibili. La natura segue una sua logica. Ogni forma vivente cresce, si sviluppa e poi muore, cessa di esistere, per poi rigenerarsi in qualcosa di nuovo, di diverso, di necessario, in un determinato momento e in un determinato luogo. Ed è proprio questo ciò che non riusciamo ad accettare. Passiamo gran parte delle nostre vite ad aspettare quello che “forse” potrebbe succedere, lasciandoci quasi sempre sfuggire quello che sta realmente accadendo. L’eterna insoddisfazione in cui le pubblicità ci fanno cadere ci costringe a rincorrere incessantemente un simulacro di felicità che puntualmente si dissolve tra le nostre mani, lasciandoci ancora più bisognosi di quanto non lo eravamo prima. Si rievoca così il girone infernale dantesco per eccellenza. Questa frenetica attività crea una frattura insanabile. La frenesia non appartiene alla natura, anche la furia con cui si scatena una tempesta ha una logica. Ma nonostante tutto questo, continuiamo a vivere tradendo le sue leggi, allontanandoci da essa e da noi stessi».

«La mia esperienza di vita fatta finora mi ha portato a pensare che vivere è un lavoro. Così come lavorare deve essere un piacere. Fortunatamente oggi so che c’è un piccolo esercito che si muove nell’ombra, lontano dai riflettori delle tendenze. Gente che senza far troppo chiasso ha deciso di alzare la testa, e guardare il cielo. È in corso una rivoluzione silenziosa, quindi vera. Senza spari e senza proclami. Conoscono bene i loro nemici, ma non li abbattono. Non serve. Con la volontà e il sacrificio dei folli, questi Samurai contemporanei riescono a sconfiggere i loro avversari. Hanno armi speciali. Sguardo fiero, illuminato da occhi accesi che irradiano serenità. Respirano l’aria dei loro piccoli territori e si sentono parte di quei luoghi. Quell’aria non è semplice aria. E’ qualcosa di più, è linfa che riempie le vene. Ed il sangue fluisce seguendo il ritmo della natura. Hanno scoperto che lavorare non vuol dire produrre qualsiasi cosa, senza sapere se serve e a cosa serve, mentre si aspetta il fatidico giorno di paga. Per loro lavorare non è una scusa per uscire di casa e starsene fuori il più possibile. E non è una maledizione. Lavorare li fa sentire utili e li fa stare bene. Così facendo si sono liberati delle stupide convinzioni che ci hanno inculcato in quest’epoca postmoderna. Uscendo da quelle dinamiche hanno capovolto la loro situazione e quindi la loro condizione. Vivono per vivere e lavorano perché hanno voglia di farlo. Si sono risintonizzati con i tempi della natura, anche se questo li ha un po’ isolati, lasciandoli a volte soli in mezzo al vuoto (che vuoto non è)».

«Nessuno capisce bene quello che fanno e perché lo fanno. E in fondo forse sono anche gli unici a non lamentarsi ed essere coraggiosamente propositivi. Non è sicuramente una facile impresa, ma è proprio adesso che vivere diventa un lavoro. Continuare a tenere la barra a dritta delle proprie convinzioni richiede un impegno costante, soprattutto agli inizi, ma quando arrivano i primi risultati sono soddisfacenti all’ennesima potenza, e questo ripaga della fatica fatta, e aumenta la voglia di proseguire! Ti sembra di non aver mai respirato sino ad allora. Percepisci i cambiamenti, anche minimi. Te li senti addosso. Non forzi mai la mano. Impari a conoscere i tuoi limiti. Ti adatti all’habitat in cui vivi. Ti fermi quando bisogna fermarsi. Poi riparti e solo quando è necessario e quando la situazione lo richiede, corri. E quando corri sai che non sei solo, milioni di particelle sono con te. Insetti, animali, uccelli corrono con te, non ti temono, non scappano, loro lo sanno che ormai vi appartenete. Tutti respiriamo la stessa aria, calpestiamo la stessa terra, siamo parte dello stesso universo, e questa non è poesia, è pura pratica di vita. Ma questo cambiamento può essere possibile solo se si è letto almeno una volta il Don Chisciotte. Evadere dal carcere delle nostre menti non è impossibile. Nessun carcere è invalicabile se si possiede coraggio. E il coraggio è un martello. Le idee vanno illuminate al chiarore di luna per poter operare con precisione. Non si deve mai dimenticare che le paranoie sono nemiche della libertà! E che non si deve buttare tempo dietro ai “non posso “o “non so se ce la faccio”. Non si può sapere se non si prova. Se non si ricerca non si può conoscere. L ’acciaio di quelle sbarre è stato piegato con un’idea. Le pareti della cella si sono arrese davanti alla forza di volontà. I secondini sono stati immobilizzati con una smorfia. Ora l’aria fresca sulla faccia ha interrotto il sogno, facendolo diventare realtà. E se siamo qua fuori è proprio perché non abbiamo smesso per un solo istante di crederci. Nonostante i sorrisi compassionevoli, le battute sarcastiche, le pacche sulle spalle consolatorie di chi ci trattava come poveri illusi, siamo fuori».

«Ma dove sono finiti i malesseri? E se qualche stolto provasse a chiederci che cos’è la libertà, lo illuderemo, spiegandogli che libertà è disinvoltura in tutto ciò che fai oggi e che ieri non osavi fare. Perché solo gli uomini liberi sanno che la libertà non va spiegata, va praticata! Oggi ci ritroviamo a godere della magia dell’alba. E la sera torniamo a casa appagati, con le gambe che si trascinano dalla stanchezza, ma con l’animo leggero come una foglia. Troviamo conforto nel calore di un buon bicchiere di vino, del fuoco, e dell’amicizia. E prima di addormentarci, non ci scordiamo mai di regalare un sorriso alle sbarre incrinate di quella cella ormai vuota. Consapevoli del fatto che non c’è miele più dolce di un desiderio ben coltivato che arriva a frutto».

ARTICOLO PUBBLICATO SUL SITO DI TERRANUOVA